dovere e solidarietà

DOVERE E SOLIDARIETA’

 Un detto comune sulla annosa questione italiana, oggi drammatica, recita pressappoco così: “Se fossimo come tedeschi e svizzeri, staremmo di gran lunga meglio di loro”. Ecco, il problema sta tutto qui. Perché Germania e Svizzera sono molto solide al contrario dell’Italia che è molto traballante? Hanno forse petrolio, minerali pregiati, risorse naturali abbondanti? No. Hanno forse straordinarie bellezze paesaggistiche e culturali come l’Italia? No. Hanno forse collocazione geografica strategica? No. Chiediamoci: uomini e donne svizzeri e tedeschi sono forse geneticamente superiori? No. E allora dove sta la differenza fra quei due paesi forti e un’Italia di pulcinella che da tempo si sta autodistruggendo? Nel modo di pensare e di essere, fatto di serietà, rigore e senso civico applicati alla loro vita quotidiana.

L’Italia è un paese devastato da quel ’68 che ha enfatizzato a dismisura la parola “diritto” a favore di molti, ed ha cancellato dal vocabolario la parola “dovere” rimasta  a carico di pochi.

Due dei totem intoccabili di questa pseudo cultura democratica, peraltro a senso unico, sono la pelosa solidarietà agli immigrati e la cassa integrazione, strumento moralmente condivisibile, ma di applicazione sbagliata. Soprattutto in un paese in profonda crisi economica appare moralmente sbagliato che persone mantenute dalla comunità non concorrano al benessere della comunità stessa tenendo in ordine le città, aiutando i comuni nelle loro necessità, comunque rendendosi utili. Nella vita quotidiana non è nemmeno in discussione che per avere di che vivere si debba lavorare, perché allora questa regola non vale più quando è la comunità che garantisce la sopravvivenza? Restituire ad essa con il proprio lavoro insegnerebbe come si vive qui a chi è sbarcato nella convinzione che tutto sia gratis e dovuto, riempirebbe di significato le giornate dei cassaintegrati, rimetterebbe sui giusti binari una solidarietà che oggi è a senso unico, e darebbe un forte segno di cambiamento ad un paese che ne ha un gran bisogno. Restituire, senza fare gli schizzinosi: ogni lavoro ha e dà dignità, soprattutto quando fatto in cambio di una generosità ricevuta ma per nulla dovuta, tanto che, ingiustamente, non ne sono beneficiati artigiani, liberi professionisti e commercianti. Restituire alla comunità ciò che essa ha dato farebbe più belle le nostre città, farebbe sicuramente bene alla propria autostima, e darebbe a tutta la  comunità un forte messaggio verso quella indispensabile cultura del dovere che rende forti dentro, che permette di chiedere conto senza paura a chi non fa il proprio e di rilanciare un paese che ha la causa profonda del proprio dissesto nella perdita di valori fondanti ed in una sbagliata concezione del rapporto singolo-comunità.

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