40 miliardi di vergogna

40 miliardi di euro , che diventano 70 miliardi se si conteggiano anche quelli in via di maturazione: questo è il debito che lo Stato ha da troppo tempo nei confronti di migliaia di aziende fornitrici di beni o servizi (Innocenzo Cipolletta, Pordenone, 7 Marzo 2013).

Lo Stato strangola le aziende costringendole a chiudere od a licenziare per sopravvivere, ed è quindi il responsabile della drammatica situazione in cui si trovano decine e decine di migliaia di famiglie. Con grande moralità molte aziende sopravissute stanno dando fondo alle riserve, anche personali dei titolari, per non lasciare per strada i loro collaboratori e con essi le loro famiglie, ma non potrà durare a lungo. Piccole aziende, artigiani, commercianti, ambulanti, sono quasi al capolinea.

Ma il fantasmagorico debito, meglio sarebbe dire insoluto, che lo Stato ha nei confronti degli imprenditori è diventato un crimine nel momento in cui si è suicidato il primo imprenditore per non aver più potuto andare avanti nonostante vantasse un credito nei confronti dello Stato che lo avrebbe messo al sicuro dai suoi problemi finanziari. Sono molti purtroppo gli imprenditori che non ce la hanno fatta a resistere sotto il peso di una responsabilità che non era loro. In questo lo Stato è criminale e va perseguito alla stessa maniera in cui verrebbe perseguito un soggetto privato: vanno perseguiti lo Stato e tutti coloro che si sono resi responsabili di ritardi nei pagamenti dei fornitori che hanno portato al suicidio di gente perbene od anche solo al fallimento di aziende. Non ci possono essere due pesi e due misure. Un privato che commettesse un simile misfatto sarebbe imputato e condannato per responsabilità oggettiva, così siano imputati e condannati Stato e suoi dipendenti che siano riconosciuti responsabili di suicidi e fallimenti a causa dei loro comportamenti omissivi

40 miliardi di euro pagati subito alle aziende creditrici darebbero ad esse la possibilità di risollevarsi tamponando, e per alcune chiudendo, i buchi di finanza che in assenza di credito bancario – tornerò su questo – stanno lottando per una sopravvivenza che pare sempre più breve in assenza di riforme radicali. 40 miliardi di euro immessi nel circuito aziendale potrebbero forse anche far ripartire l’economia italiana nel breve periodo in attesa di una drastica ristrutturazione dello Stato e di un radicale cambiamento delle regole che deve avvenire in brevissimo tempo.

A questo punto non importa se i conti pubblici si appesantiscono ancora un po’: meglio conti un po’ più pesanti ed aziende vive, che conti a posto ed aziende morte.

E’ ora di agire.

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